Ci sono parole che spiegano e parole che riescono ad arrivare là dove una spiegazione razionale, da sola, talvolta incontra un confine.
La poesia appartiene forse proprio a questa seconda possibilità della comunicazione umana.
Non si limita a descrivere. Evoca, richiama immagini, attraversa ricordi, mette in relazione esperienza, memoria, emozione e immaginazione. Una parola può diventare paesaggio interiore; un verso può riportare alla luce qualcosa che sembrava dimenticato; una storia può aprire domande che continuano a vivere anche dopo aver chiuso un libro.
È da questa riflessione che nasce il mio dialogo con la Dott.ssa Margherita Bonfilio, scrittrice e poetessa, autrice de La stanza dei segreti.
Il nostro incontro mette in relazione due prospettive differenti e, proprio per questo, capaci di dialogare.
Da una parte Margherita, che attraversa la poesia, la fiaba e il linguaggio simbolico per dare forma a immagini, emozioni, ricordi ed esperienze.
Dall’altra il mio sguardo pedagogico, educativo e professionale, rivolto ai processi di crescita della persona, alla relazione, alla consapevolezza, all’espressione e alla costruzione di significati.
Due percorsi distinti che si incontrano in un punto essenziale: la parola come possibilità di relazione con l’altro.
In questo spazio la letteratura smette per un momento di essere soltanto “testo” e torna alla propria dimensione più profondamente umana: espressione, ascolto, memoria, immaginazione, condivisione e incontro.
Assunta Di Basilico: Margherita, quando scrivi una poesia senti soprattutto di raccontare qualcosa oppure di comunicare qualcosa?
Margherita Bonfilio: Nella scrittura poetica le due dimensioni possono incontrarsi. Si parte spesso da qualcosa che appartiene alla propria esperienza, da un ricordo, da un’immagine, da un sentimento. Nel momento in cui tutto questo diventa parola, però, viene inevitabilmente consegnato anche al lettore. Ed è allora che quella stessa parola può assumere significati nuovi, diversi da quelli dai quali era nata.
Assunta Di Basilico: È proprio questo passaggio a interessarmi particolarmente dal punto di vista pedagogico.
Raccontare significa affidare una storia alle parole.
Comunicare significa fare in modo che quella storia possa incontrare un’altra persona.
Nella scrittura di Margherita l’esperienza attraversa immagini, natura, affetti, assenze, ricordi e desideri. Il sentimento assume una forma narrativa e simbolica: diventa luogo, luce, ombra, paesaggio.
Margherita raggiunge il sentire attraverso la poesia e la fiaba.
Io incontro quelle stesse dimensioni attraverso un’altra prospettiva: educativa, pedagogica e orientata ai processi di crescita della persona.
Il mio interesse riguarda anche ciò che la parola può generare quando entra nei contesti educativi: capacità di espressione, ascolto, riflessione, immaginazione, confronto, sviluppo della sensibilità e costruzione di significati.
Ed è inevitabile che, parlando di tutto questo, il nostro dialogo arrivi alla scuola.
Assunta Di Basilico: Pensi che oggi stiamo riscoprendo quanto poesia, narrazione, lettura interpretativa e scrittura creativa possano essere importanti nella formazione dei bambini e dei ragazzi?
Margherita Bonfilio: Credo che permettere ai ragazzi di incontrare la poesia in maniera viva possa avvicinarli maggiormente alla parola. Quando un testo viene letto, interpretato, ascoltato e sentito, smette di essere qualcosa di distante. Anche la scrittura creativa può offrire uno spazio nel quale sperimentare liberamente il linguaggio, incontrare la propria immaginazione e trovare modalità personali di espressione.
Assunta Di Basilico: Condivido profondamente questa riflessione, anche perché per me non rappresenta affatto una scoperta recente.
Oggi assistiamo a una rinnovata attenzione nei confronti di laboratori di scrittura creativa, poesia, narrazione, lettura espressiva e interpretativa, ma questa concezione educativa accompagna il mio lavoro da molti anni.
Già a partire dagli anni Duemila, portando con me l’esperienza formativa e professionale maturata a Roma e la frequentazione diretta degli ambienti artistici, teatrali e televisivi della RAI, avevo introdotto nella scuola una progettualità che, per quel periodo, presentava aspetti particolarmente innovativi.
Progettavo e conducevo percorsi nei quali scrittura creativa, lettura interpretativa, musica, recitazione, espressione artistica, movimento, corporeità e relazione entravano a pieno titolo nell’azione educativa.
Non erano attività accostate casualmente.
Erano linguaggi diversi messi in relazione all’interno di una precisa intenzionalità pedagogica, con l’obiettivo di offrire a bambini e ragazzi occasioni concrete per esprimersi, comunicare, partecipare, ascoltare, riconoscere le proprie risorse e incontrare quelle degli altri.
L’esperienza artistica maturata negli anni romani ha rappresentato, in questo senso, un patrimonio prezioso.
Conoscere dall’interno il teatro, la musica, la recitazione, il movimento scenico, il rapporto tra voce e corpo, la comunicazione e i linguaggi espressivi mi ha permesso di integrarli successivamente con la formazione pedagogica e con lo studio dei processi della persona.
Da questa pluralità di esperienze e competenze prendevano forma percorsi educativi capaci di coinvolgere la persona nella sua globalità.
La parola incontrava la voce.
La voce incontrava il corpo.
La musica incontrava il movimento.
La narrazione incontrava l’immaginazione.
L’arte diventava un ulteriore canale di espressione.
La relazione diventava il luogo nel quale tutto questo poteva essere condiviso.
L’obiettivo era ampliare le possibilità comunicative ed espressive di ciascuno, educare all’ascolto e al confronto e offrire a ogni alunno strumenti differenti attraverso i quali potersi esprimere, conoscere, raccontare e partecipare.
Perché le persone non apprendono, comunicano e manifestano le proprie risorse tutte nello stesso modo.
C’è chi trova la propria parola scrivendo.
Chi riesce a esprimersi attraverso la voce.
Chi attraverso la musica.
Chi attraverso il movimento.
Chi attraverso un disegno, un’immagine, una storia o una rappresentazione teatrale.
Offrire linguaggi differenti significa allora ampliare le possibilità di partecipazione e valorizzare l’unicità della persona.
Per questo non si trattava semplicemente di “fare poesia”, recitare un testo, ascoltare musica o produrre un elaborato artistico.
Erano percorsi educativi da me progettati e condotti, nei quali parola, voce, musica, movimento, scrittura, immaginazione e arte venivano messi in relazione per favorire partecipazione, espressione, ascolto, consapevolezza, relazione e crescita.
Leggere una poesia, infatti, non significa soltanto individuarne metrica, struttura o figure retoriche.
Significa anche incontrare una parola e darle voce.
Attribuirle un tono.
Percepire una pausa.
Interpretare un silenzio.
Cogliere un’immagine.
Accorgersi che lo stesso verso può produrre risonanze differenti nelle persone che lo ascoltano.
Allo stesso modo, scrivere significa cercare parole attraverso le quali dare forma a ciò che si pensa, si osserva, si immagina, si ricorda o si sente.
Ed è proprio qui che il valore letterario e artistico incontra quello educativo.
La scrittura favorisce riflessione e organizzazione del pensiero.
La lettura interpretativa educa all’ascolto, alla voce, all’attenzione e alla comprensione.
La poesia amplia il linguaggio simbolico, immaginativo ed emotivo.
La narrazione permette di mettere in relazione esperienze, pensieri e rappresentazioni della realtà.
La musica e il movimento introducono ulteriori possibilità percettive, comunicative e relazionali.
L’arte offre uno spazio nel quale sperimentare creatività, unicità e libertà espressiva.
Tutto questo appartiene pienamente ai processi di crescita e di formazione della persona.
Assunta Di Basilico: Quando una poesia viene consegnata al lettore, quanto rimane dell’esperienza dell’autore e quanto, invece, quel testo comincia ad appartenere a chi lo legge?
Margherita Bonfilio: Penso che l’autore consegni inevitabilmente qualcosa di sé. Poi, però, il testo incontra l’esperienza del lettore. Un verso può suscitare un ricordo completamente diverso da quello che lo ha generato. Una parola può toccare qualcosa che appartiene alla storia personale di chi legge. È forse questa una delle possibilità più affascinanti della poesia.
Assunta Di Basilico: Ed è proprio in questo passaggio che la dimensione letteraria incontra un tema pedagogicamente molto interessante.
Una parola può nascere da un’esperienza individuale e successivamente diventare occasione di pensiero per un’altra persona.
Un verso può riportare alla memoria qualcuno.
Una fiaba può riaprire un’immagine dell’infanzia.
Una metafora può dare forma a qualcosa che fino a quel momento era rimasto difficile da esprimere.
Un racconto può generare una domanda.
E le domande hanno un ruolo fondamentale nella crescita.
La poesia, infatti, non deve necessariamente fornire risposte.
Può compiere qualcosa di altrettanto prezioso: aprire possibilità di pensiero.
Assunta Di Basilico: Possiamo allora dire che poesia e fiaba possono entrare nella scuola conservando pienamente la loro natura artistica e letteraria e, nello stesso tempo, diventare occasioni educative e di crescita?
Margherita Bonfilio: Credo di sì. La poesia deve mantenere la propria libertà e la propria identità artistica, ma può certamente favorire ascolto, immaginazione, confronto e incontro. Una storia o un verso possono diventare un punto di partenza dal quale nasce qualcosa che continua nella sensibilità del lettore.
Assunta Di Basilico: È una distinzione alla quale tengo particolarmente.
Poesia, arte, pedagogia e psicologia possiedono linguaggi, strumenti, competenze e finalità differenti. Possono incontrarsi, dialogare e arricchirsi reciprocamente conservando ciascuna la propria identità.
La poesia rappresenta simbolicamente esperienze, immagini ed emozioni.
L’arte può trasformare un’esperienza in colore, suono, movimento, immagine o racconto.
La psicologia dispone di propri modelli e strumenti per lo studio e la comprensione dei processi psicologici.
La pedagogia guarda alla persona nella sua educabilità e accompagna processi di apprendimento, autonomia, relazione, consapevolezza, partecipazione e costruzione di significato.
È proprio nel rispetto delle differenti competenze che l’incontro tra più linguaggi può acquisire valore.
Per questo poesia, fiaba, musica e arte possono entrare nella scuola conservando la propria natura culturale ed espressiva e diventando, allo stesso tempo, esperienze educative e formative.
Una ragazza che trova le parole per esprimere un pensiero acquisisce un ulteriore strumento comunicativo.
Un bambino che interpreta un testo attraverso la voce scopre che ritmo, tono, pausa e intenzione possono modificare profondamente il significato di una frase.
Un gruppo che ascolta il racconto di un compagno sperimenta attenzione, rispetto, attesa e reciprocità.
Un ragazzo che costruisce una storia esercita immaginazione, organizzazione del pensiero e capacità di assumere prospettive differenti.
Sono tutte dimensioni che appartengono pienamente all’esperienza educativa.
Ma esiste un ulteriore aspetto che considero essenziale.
Il valore di questo impegno non riguarda soltanto la crescita individuale. Riguarda la società che, attraverso l’educazione, contribuiamo ogni giorno a costruire.
Educare una persona all’ascolto significa contribuire alla costruzione di una comunità capace di ascoltare.
Aiutarla a esprimere un pensiero significa sostenerne la possibilità di partecipare.
Offrirle strumenti per comunicare significa creare condizioni migliori per la relazione.
Abituarla al confronto con idee, emozioni, storie e punti di vista differenti significa contribuire alla formazione di persone più consapevoli, sensibili e responsabili.
Per questo considero il lavoro pedagogico anche un impegno sociale e culturale.
La prevenzione educativa, la promozione del benessere, l’attenzione alla relazione, l’ascolto e la valorizzazione delle risorse individuali producono effetti che vanno ben oltre il singolo intervento.
Significano prendersi cura dei legami.
Significano creare occasioni di partecipazione.
Significano contribuire a costruire comunità nelle quali le persone possano sentirsi riconosciute, ascoltate e messe nella condizione di esprimere le proprie potenzialità.
È questa stessa visione che oggi continuo a portare avanti anche attraverso Associazione Essere Oltre ETS, insieme alle persone, ai professionisti e alle realtà che ne condividono principi e finalità.
Attraverso l’Associazione promuoviamo una cultura della prevenzione educativa, del benessere pedagogico, dell’ascolto, della relazione, della partecipazione e della valorizzazione della persona, creando occasioni di incontro nelle quali educazione, cultura, arte, musica, parola e creatività possano tornare a svolgere una funzione autenticamente sociale.
La nostra attenzione è rivolta alla persona, ma anche alla comunità nella quale quella persona vive.
Perché scuola, famiglia, territorio, associazionismo, cultura e professionisti possono diventare parti di una stessa rete.
Una rete nella quale prevenire significa intervenire prima che il disagio diventi più complesso.
Educare significa offrire strumenti.
Ascoltare significa riconoscere.
Creare occasioni di incontro significa contrastare isolamento, incomunicabilità e distanza.
Ed è qui che anche l’arte può assumere una responsabilità sociale.
Non perché debba trasformarsi in altro da sé, ma perché una poesia condivisa, una storia ascoltata, una voce che interpreta, una musica, un laboratorio creativo o un incontro culturale possono creare relazioni e generare partecipazione.
Portare questi linguaggi nelle scuole, nelle associazioni e nei luoghi della comunità significa creare occasioni nelle quali le persone possano tornare a parlarsi, ascoltarsi, confrontarsi e riconoscersi.
Ed è anche questo che intendiamo portare avanti attraverso Essere Oltre ETS: costruire ponti fra persone, generazioni, professioni, cultura e territorio, mettendo al centro il valore umano della relazione e della prevenzione educativa.
Assunta Di Basilico: Margherita, se dovessi pensare alla poesia come a un incontro tra chi scrive e chi legge, che cosa vorresti rimanesse nel lettore dopo aver chiuso il tuo libro?
Margherita Bonfilio: Mi piacerebbe che rimanesse qualcosa capace di continuare a parlare dentro di lui: un’immagine, una domanda, un’emozione, forse anche soltanto una parola nella quale potersi riconoscere.
Assunta Di Basilico: Ed è forse proprio qui che le nostre strade tornano a incontrarsi.
Margherita attraversa il sentire attraverso la poesia e la fiaba.
Io lo incontro attraverso il mio percorso pedagogico ed educativo, attraverso l’esperienza maturata nella scuola e attraverso una lunga familiarità professionale con l’arte, la musica, il teatro, il movimento e i linguaggi espressivi.
Da una parte la poetessa, che trasforma immagini, vissuti ed emozioni in parola.
Dall’altra la pedagogista, che osserva come parola, narrazione, ascolto, creatività ed espressione possano entrare nei processi educativi e diventare occasioni di consapevolezza, partecipazione, relazione e crescita.
Sono prospettive differenti.
Ed è proprio la differenza a rendere possibile un dialogo autentico.
Forse la scuola contemporanea sta tornando a riconoscere il valore di qualcosa che per troppo tempo è stato considerato secondario.
Si educa anche attraverso le parole che emozionano, le storie che fanno immaginare, la voce che interpreta, la musica che accompagna, il corpo che comunica, l’arte che rende visibile un pensiero e la scrittura che permette alla persona di esprimersi e raccontarsi.
Educare significa anche offrire linguaggi.
Più linguaggi possiede una persona, maggiori sono le possibilità che ha di comprendere se stessa, entrare in relazione con gli altri, interpretare il mondo, riconoscere le proprie risorse e partecipare alla vita della comunità.
È questa la prospettiva che già nei miei progetti scolastici avviati a partire dagli anni Duemila ponevo al centro delle attività di scrittura creativa, lettura interpretativa, musica, teatro, movimento e arte: fare dei linguaggi espressivi parte integrante di un percorso autenticamente educativo e pedagogico.
Oggi vedere nuovamente valorizzati questi strumenti nella scuola conferma una convinzione che ha accompagnato il mio lavoro per molti anni: quando la parola, l’arte e la creatività vengono inserite all’interno di una progettualità educativa consapevole, possono contribuire in maniera significativa alla formazione globale della persona.
E quando questa attenzione esce dalla scuola e incontra il territorio, l’associazionismo e la comunità, il valore diventa ancora più ampio.
È ciò che continuiamo a perseguire anche attraverso Associazione Essere Oltre ETS: promuovere cultura, prevenzione, relazione e benessere, mettendo in rete persone e competenze e restituendo valore agli spazi nei quali una comunità può incontrarsi.
Perché educare non significa soltanto trasmettere contenuti.
Significa creare possibilità.
Possibilità di parola.
Possibilità di ascolto.
Possibilità di espressione.
Possibilità di relazione.
Possibilità di partecipazione.
Possibilità di crescita.
La poesia, allora, non appartiene soltanto ai libri.
Appartiene alla voce.
All’immaginazione.
Alla memoria.
All’ascolto.
Alla relazione.
Alla possibilità di trovare una parola quando quella parola sembrava ancora non esserci.
Appartiene anche a quel momento nel quale qualcuno pronuncia una frase e un’altra persona, ascoltandola, riconosce improvvisamente qualcosa di sé.
Ed è forse per questo che vale ancora la pena portare la poesia tra i banchi di scuola, nei laboratori, negli incontri culturali, nelle associazioni e in tutti quei luoghi nei quali le persone possono tornare a parlarsi, ascoltarsi e riconoscersi.
Perché una società capace di educare alla parola è anche una società che può imparare maggiormente ad ascoltare.
Una società capace di valorizzare la creatività può riconoscere più facilmente le differenze come risorse.
Una comunità che crea luoghi di incontro costruisce contemporaneamente possibilità di appartenenza, partecipazione e responsabilità.
Prima ancora di essere una forma letteraria, la poesia può così diventare un modo profondamente umano di rivolgersi all’altro e chiedere:
«Questo è ciò che sento. Tu, dentro queste parole, che cosa riconosci di te?»
È nel passaggio tra ciò che una persona esprime e ciò che un’altra accoglie che la parola diventa incontro.
Ed è quando l’incontro genera ascolto, consapevolezza, relazione e partecipazione che, da una prospettiva pedagogica, può trasformarsi in esperienza di crescita per la persona e valore per l’intera comunità.
È questo il senso più profondo dell’impegno che continua nel tempo: mettere competenze, esperienza, cultura e linguaggi espressivi al servizio della persona e della società, affinché educazione e prevenzione diventino responsabilità condivise e possibilità concrete di costruire benessere.
Un impegno che oggi trova continuità anche nell’azione dell’Associazione Essere Oltre ETS, con la convinzione che prendersi cura della crescita delle persone significhi, inevitabilmente, contribuire anche alla crescita della comunità.
Dott.ssa Assunta Di Basilico
Pedagogista – Psicologa – Mediatrice Familiare e Scolastica
Socia APEI – Associazione Pedagogisti Educatori Italiani
Componente della Commissione Nazionale Scuola APEI
Componente della Commissione Nazionale Disabilità APEI
Componente della Commissione Scrittori APEI
Presidente e Legale Rappresentante
Associazione Essere Oltre ETS
CONTATTI 338 7310128


